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Conosci te stesso e conoscerai il Tarot

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Il Cammino del Matto: rubrica a cura di Antares

Questa non è solo la storia di come una serie di iconografie si è evoluta nella storia. Questa è la storia di un viaggio. Un viaggio che inizia con il Bagatto e finisce con il Mondo, ma che attraverso l’enigmatica carta del Matto ricomincia misteriosamente ancora, in un cerchio infinito. 

Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito parlare di tarocchi. Chi come uno strumento tipico di maghi o chiaroveggenti con il potere di prevedere il futuro, chi come un tassello di una credenza popolare o di un pensiero magico non del tutto e radicato dal nostro territorio; o infine come pittoresco oggetto tra le mani di ciarlatani eccentricamente vestiti che con una buona retorica ingannerebbero lo sventurato consultante promettendogli previsioni o soluzioni ai problemi della vita. Tuttavia, a priori di quale sia la vostra credenza in merito, ci sono degli aspetti di questi ultimi che sfuggono ai molti e che potreste non aver preso in considerazione. I tarocchi non assumono infatti solamente un valore storico, ma sono portatori di una grande conoscenza occultata sotto al velo del simbolo. Per questo motivo, la loro attualità non smette di stupire non solo gli esoteristi, ma anche gli psicologi contemporanei.

In questa rubrica esploreremo i tarocchi non semplicemente nei loro aspetti popolari, ma soprattutto come mezzo di conoscenza di sé. Infatti, questi misteriosi mazzi di carte non servono (solamente) a leggere il futuro: sono uno strumento con mille sfaccettature, che permette di comprendere noi stessi e il mondo attraverso un accurato ed elegante linguaggio.

Ma partiamo dall’inizio, almeno per quanto ci è dato sapere storicamente. Contrariamente a molte leggende e miti storici che si sono diffusi, che approfondiremo in un altro articolo, ciò che sappiamo è che le loro origini risalgono alle carte da gioco italiane, che si affermarono a partire probabilmente dal XII secolo. Prima però di vedere qualcosa di simile ai tarocchi dobbiamo aspettare il XV secolo, dove appare una particolare produzione di carte. A quel tempo furono disegnati i “Trionfi”: venivano aggiunti ai normali mazzi (che constavano in quelli che noi oggi chiamiamo arcani minori) in numero variabile. Questi trionfi raffiguravano figure associabili alle virtù teologali, allo zodiaco o ad altri archetipi e avevano la funzione di “carte speciali” sempre in un ambito di gioco: non avevano, quanto meno esplicitamente, nessuna valenza esoterica, da ciò che sappiamo.

Carte da gioco italiane regionali

È in questo periodo che comunque appaiono dei mazzi importanti per lo sviluppo dei tarocchi successivo: quelli ordinati dai Visconti all’officina dell’artista Bonfiacio Bembo. Tuttavia, per trovare i tarocchi “marsigliesi” come li conosciamo oggi dobbiamo spostarci in Francia, nel XVIII secolo. Marsiglia si pone come importante centro di produzione, che stampa le stesse carte da gioco cambiandone la raffigurazione dei semi (ed ecco apparire bastoni, spade, coppe e denari tipici dei tarocchi marsigliesi e delle carte da briscola che conosciamo).

È in questo periodo e luogo che appare la figura di Etteilla (pseudonimo di Jean-Baptiste Alliette, 1738-1791), un esoterista che affermava che i tarocchi fossero un potente strumento di predizione del futuro, e fossero le rimanenze di un antico libro egizio che serviva a comunicare con il dio della magia, Thot. Per quanto affascinante, non ci sono evidenze storiche di questa tesi, che divenne in seguito molto popolare.

Prima dell’intervento di Etteilla, tuttavia, non si hanno evidenze che le carte fossero uno strumento divinatorio. Questo comunque non ne scredita il valore iconografico: da Etteilla in poi la simbologia dei tarocchi venne sempre più arricchita, e anche nella sua struttura originaria (per quanto frammentata) ci sono degli elementi che vale la pena approfondire dal punto di vista simbolico. E questa presa di posizione dal punto di vista storico non ne scredita il potenziale valore divinatorio, per chi è propenso a crederci, e tarologico in generale. 

Ma cos’è la tarologia? Si tratta di una disciplina molto giovane: dopo l’interesse che autori come Etteilla diffusero sui tarocchi, si assiste ad una ulteriore evoluzione. Si conta una numerosa serie di approcci alla lettura delle carte, di mazzi nuovi, di testi. In parte la tarologia eredita da questo mondo, ma si distacca in modo più o meno netto dalla cartomanzia. Per poter definire l’una, però, è opportuno fare luce sull’altra.

La cartomanzia è l’arte di divinare utilizzando le carte come mezzo di comunicazione tra un principio trascendente e l’uomo, al fine di trovare risposte sul futuro. Le carte utilizzate non per forza sono tarocchi, e i significati delle iconografie, i codici e i metodi di lettura variano a seconda della tradizione, che dipende fortemente dal luogo di nascita e da chi “tramanda” l’arte. La tarologia (letteralmente “discorso sul tarot” ossia tarot + logos) invece è lo studio simbolico, iconografico e storico dei tarocchi, e si occupa di scoprire in essi i codici per delle applicazioni che verranno decise dal tarologo a seconda di ciò che vuole ottenere.

Le letture tarologiche non hanno lo scopo di predire il futuro, ma di portare una riflessione sul presente del consultante, sui suoi punti di forza o di debolezza nei confronti di una sfida da affrontare. Il tarologo studia e tiene in considerazione molte discipline a seconda della sua formazione: un esempio è la psicologia, o lo studio del simbolo.

Carl G. Jung, psicanalista svizzero del secolo scorso, scrisse sui tarocchi, considerandoli uno strumento di evoluzione e miglioramento di sé, e uno specchio del viaggio che la psiche compie in se stessa per conoscersi. La psicanalisi junghiana in questo caso ha portato alla luce qualcosa che è rimasto implicito, o si è esplicitato in altre forme, nelle epoche precedenti: i tarocchi sono uno specchio, un insieme di codici in cui è racchiuso l’intero individuo. Sono in un libro, un libro che parla di te e di me, e di tutte le persone alle quali puoi pensare, caro lettore.

Com’è possibile che dei cartoncini disegnati abbiano un simile potere?

Di per sé, non ne hanno alcuno: sono le nostre proiezioni su di essi, attraverso il collante del simbolo, a conferirgliene connettendosi ad un sapere molto più profondo, che emerge nello sforzo combinato dell’immagine e della psiche. 

Ad ogni modo, la rubrica non vuole essere unicamente d’informazione tarologica in un senso pratico, ma far emergere il senso del viaggio del tarot in tutte le sue sfumature. Non si presuppone di screditare l’arte cartomantica, che ha la sua dignità storica e pratica, che si creda nella sua efficacia o meno, e nemmeno di stabilire se un metodo di lettura sia migliore di un altro, o se si debba o meno leggere i tarocchi; o persino se i tarocchi contengano in sé, come oggetti, una carica magica particolare o meno. Il nostro scopo è quello di presentare una serie di situazioni e di fenomeni presentandoli in maniera quanto più imparziale possibile, sarà destino del lettore decidere a cosa credere e a cosa non credere, o su cosa riflettere.

Aspettatevi quindi articoli di stampo storico, o psicologico, iconografico o semplicemente filosofico. Andremo a scavare nella simbologia di una singola carta oppure a riflettere sul grande disegno che gli arcani sembrano presentarci. Sarà un luogo di dubbio e ragione, con il giusto spazio per l’intuizione e un pizzico di magia. 

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