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Divinazione

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Il Cammino del Matto: rubrica a cura di Antares

Guida alla divinazione nel XXI secolo: ha senso praticarla o usufruirne nei nostri giorni?

La morte della divinazione, della magia e dell’astrologia, la spoliazione di significati arcani e di strumenti come pendoli e carte, sfere di cristallo e oggetti rituali, anche grazie alle scoperte scientifiche degli ultimi due secoli, sembra essere dovuta avvenire molto tempo fa. Eppure, queste arti vengono tutt’ora praticate trovando largo spazio nella società contemporanea: dai caffé ai social, dai servizi di cartomanzia online alle pratiche personali di migliaia di persone, fino ad arrivare ai culti contemporanei che spesso sono affini al pensiero magico.

Forse questa sopravvivenza si deve ai fruttuosi strascichi di una reazione contro lo lo scientismo avvenuta nel XIX secolo, quando l’occultismo venne considerato una reazione al pensiero positivista che dominava buona parte del pensiero dell’epoca? Oppure si tratta di un fenomeno trasversale e non per forza reazionario? 

Certo è che se questi fenomeni esistono e attraggono un bacino così ampio di persone, necessitano di alcune linee guida per approcciarli con buonsenso. La scienza si è evoluta, e alcune teorie contemporanee non rifiutano a priori l’esistenza di fenomeni inspiegabili o non misurabili attraverso il paradigma corrente, ossia al pensiero maggiormente condiviso da scienziati e intellettuali. 

Ecco perché questo articolo si concentra sulla divinazione, un concetto strettamente legato anche al tema principale di questa rubrica: i tarocchi.

Quest’arte si perde nel passato più profondo dell’umanità, molto probabilmente prima che quest’ultima inventasse la scrittura. La divinazione è una pratica, tra le tante, di estendere un ponte verso il trascendente, qualsiasi forma abbia, e di ricercare una connessione con quest’ultimo. Infatti, il termine divinazione deriva dal latino “divinatio”, che contiene in sé il termine “divino”: si intuisce quindi la natura trascendente di questa attività e, dimostrazione pratica di questo, erano gli antichi oracoli divinatori: è attraverso la loro capacità che si potevano interpellare le divinità le quali, a loro volta, rispondevano per mezzo dell’oracolo che fungeva da vero e proprio catalizzatore tra trascendente e immanente.

Come dimenticarsi la famosa Pizia, l’oracolo di Apollo, attraverso le cui labbra usciva direttamente la voce del dio?

Un esempio analogo era quello dei sacerdoti di Shamash, dio del sole per varie civiltà mesopotamiche, che veniva interrogato attraverso i suoi sacerdoti.

Divinazione
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Divina-Azione. Queste sono le parole nelle quali il termine che stiamo analizzando può essere sintetizzato. È doveroso chiedersi: è l’uomo ad avvicinarsi al divino, o è il divino che, attraverso i linguaggi appositi, discende e si manifesta attraverso l’uomo? Da quale parte è iniziata l’edificazione di questo ponte? E soprattutto, cosa è il divino? 

Discendendo ad un livello più colloquiale e meno imbevuto di religiosità (sebbene quest’ultima non può essere separata, in molti casi, dalla divinazione) il termine che abbiamo in analisi significa comunemente l’arte di prevedere il futuro, o comunque fatti non conoscibili con metodi razionali o comprovati scientificamente. Si pone quindi come la ricerca di informazioni attraverso metodi che vanno oltre le comprovate e prevedibili capacità umane di percezione e ragionamento logico.

Il linguaggio della divinazione è lo stesso dei sogni e della magia: si tratta di un linguaggio che ci appare estraneo, codificato, fatto di associazioni che in apparenza hanno poco di razionale. Essenzialmente, quindi, la divinazione consta in due elementi fondamentali: una fonte considerata in genere sovrannaturale e un linguaggio di riferimento. Tale linguaggio dispone inoltre di alcuni mezzi per veicolare il messaggio proveniente dalla fonte sovrannaturale (che negli esempi precedenti abbiamo indicato come alcune divinità). I mezzi variano molto a seconda dell’epoca di riferimento e dalla società ad essa associata: questi infatti possono essere alfabeti sacri, carte, ossa, osservazioni del movimento del sole e degli astri o, ancora, il tempo atmosferico. A questi mezzi si affianca, non con meno importanza, il divinante stesso, chiamato “indovino”.

Egli infatti si pone come ricettacolo essenziale per la riuscita dell’atto divinatorio, ed è inoltre colui che interpreta i segni.

Vari pensatori hanno stabilito l’esistenza di due tipi di ragionamento, due registri linguistici principali attraverso i quali l’uomo legge la realtà. Secondo Henry Bergson, filosofo francese del secolo scorso, esisterebbe una ragione analitica contrapposta all’intuizione. Egli ha sviluppato il concetto di “conoscenza intuitiva” come una forma di conoscenza che va oltre la ragione analitica e la comprensione concettuale. Secondo Bergson, la ragione analitica, basata sul pensiero discorsivo e sull’analisi concettuale, è limitata nella sua capacità di cogliere la realtà nella sua completezza, tralasciandone sfumature che spesso possono rivelarsi essenziali nella comprensione del tutto.

La ragione analitica tenderebbe a frammentare la realtà in concetti separati e metodi di classificazione. Questa forma di ragionamento è utile per affrontare gli aspetti pratici della vita, ma tralascia tutto l’aspetto legato all’interiorità umana. D’altro canto, la conoscenza intuitiva, secondo Bergson, riguarda una forma di percezione diretta e immediata della realtà. È una forma di conoscenza che va oltre il pensiero razionale e si basa sull’esperienza vissuta e sulla partecipazione diretta alla realtà stessa. Altri pensatori hanno sviluppato teorie simili, senza per forza incappare nella sfiducio o nell’avversione verso il pensiero logico-razionale come, ad esempio, lo psicanalista Carl G. Jung. Egli sosteneva infatti che ci fosse una modalità razionale del del pensiero che opera un’analisi della realtà basata sulla legge causale, ovvero, sul rapporto di causa ed effetto che lega gli avvenimenti tra loro. Si tratta di un modo di analizzare il mondo molto recente e dunque più faticoso. All’opposto, esisterebbe una seconda modalità di pensiero, più spontanea e quindi non richiedente sforzo, la “ragione irrazionale”. Quest’ultima è il linguaggio dell’inconscio, e si compone di processi intuitivi e associativi. Può essere considerata una esperienza soggettiva della realtà, ed è la stessa esperienza attraverso la quale si esplicita il sogno. Secondo lo psicanalista, sarebbe il modo attraverso il quale l’umanità si espressa per più tempo, e sarebbe molto più antico. È importante stabilire che secondo Jung un equilibrio tra entrambi i ragionamenti è la base per una psiche sana.

Al giorno d’oggi, ci sono alcuni paradigmi scientifici che non rifiutano questa modalità di pensiero, proponendo una visione della coscienza che va oltre alla visione meccanicista e potrebbe comprendere fenomeni come la telepatia: un esempio è Rupert Sheldrake.  

La conoscenza intuitiva consiste di un linguaggio non esauribile e classificabile attraverso le categorie di pensiero con le quali fronteggiamo la vita pratica. Si tratta non solo del linguaggio dei sogni, ma anche di quello dell’arte e del simbolismo religioso. Osservare il simbolo nella sua immediatezza: questo è uno sforzo immenso per noi figli di questa epoca.

Però è lo sforzo che compiono gli indovini, i maghi, i mistici. C’è un muscolo intellettuale adatto a questo scopo, un muscolo che nell’uomo odierno è decisamente meno allenato rispetto all’antichità, o rispetto a come potrebbe esserlo quello di una persona dalla spiccata spiritualità.

Allenarlo significa sospendere il giudizio di fronte alla vastità del simbolo, che non può venire spiegato con poche e semplici definizioni, ma va contemplato da una mente spoglia da pregiudizi. E soprattutto, allenarlo non significa per forza fare parte di una religione, credere in enti superiori oppure avere un certo tipo di spiritualità: questo genere di cose possono al limite rappresentarne delle conseguenze, nemmeno del tutto necessarie.

Sono stati compiuti alcuni studi scientifici sulla divinazione, intesa come predizione del futuro. Tali studi sono stati infruttuosi da un punto di vista dei risultati, attribuendo quindi il successo della pratica divinatoria come generato da un bias o da delle superstizioni. Ci sono però delle dimensioni psicologiche che la scienza sperimentale non ha considerato: quelle riguardanti il contatto dell’essere umano con la propria interiorità

Se il linguaggio della divinazione infatti è il medesimo dell’inconscio, una parte delle tecniche divinatorie può essere utilizzata per stabilire un ponte con quest’ultimo e imparare a pensare attraverso una dimensione, una dimensione alternativa rispetto al pensiero razionale.

Questo non significa essere privi di scetticismo – che è un alleato prezioso! – né essere creduloni, ma soppesare ogni fatto sia con la logica, che attraverso il registro linguistico preferito da una parte di noi che molti sembrano aver dimenticato. 

La divinazione riguarda il futuro per un motivo e deve essere recuperata per la medesima ragione: nell’inconscio vi è già una traccia di come si evolveranno le cose, sia nell’individuo, che in scala più ampia.

Ecco che interrogare le divinità significa indagare una parte recondita nel cuore dell’uomo, occultata e impercepibile alle categorie logico-razionali e che si esprime attraverso i simboli e che conosce qualcosa in più rispetto alla consapevolezza dell’io. Ad affermarlo è, di nuovo, lo psicanalista Jung: secondo le sue teorie infatti, nell’inconscio non vi sono solo pulsioni e memorie represse del singolo individuo, ma figure archetipali che sono espressione dell’epoca in cui l’individuo vive, e ancora più in profondità, riguardanti l’umanità intera. Questa parte di inconscio è da lui denominata inconscio collettivo e differisce da quello individuale, sebbene siano comunicanti.

Celebre è la sua affermazione “finché non renderai conscio l’inconscio, esso dirigerà la tua vita e lo chiamerai destino”; questo è il destino che le pratiche divinatorie leggono, quando hanno successo: un destino scritto nell’anima dell’uomo, e che può essere compreso, scoperto e rideterminato. 

Ed è qui che la divinazione diviene uno strumento utile e, talvolta, prezioso. Perché non si tratta, nella sua forma più alta, di deresponsabilizzare la propria azione nel mondo scoprendo cosa “il destino ha in serbo per noi”, ma di scoperta di se stessi attraverso quella dimensione inconscia che determina, in parte, anche il futuro, in quanto in essa vi è scritta la volontà individuale di ciascuno e le tendenze inconsce che prima o poi influenzeranno la vita dell’individuo. Ecco anche apparire il senso del divino, come incarnazione di un sapere che, a priori delle credenze personali ha strettamente a che vedere con una dimensione che trascende l’individuo: anche l’ateo più convinto è costretto ad ammettere che la dimensione collettiva vada ben oltre quella individuale. 

La divinazione e la pratica magica in generale non devono essere per forza contrarie al paradigma scientifico e psicologico attuale, ma possono costituirne addirittura un completamento

E se determinati fenomeni comunque sfuggono ad una spiegazione, siano per il pensiero dominante “polvere da sparo”, spinte all’evoluzione e alla rivoluzione. 

I tarocchi, in tutto questo, giocano un ruolo determinante: sono infatti molto utilizzati per le pratiche divinatorie e non solo. Si apre, alla luce di questo, un nuovo senso sia per le carte stesse, che per altri metodi divinatori; l’importante è sempre separare il sottile dallo spesso, la suggestione dalla realtà dei fatti, o farsi trasportare dalla suggestione stessa in nuove dimensioni, prima impensate. 

I tarocchi, tuttavia, non hanno unicamente un ruolo divinatorio. Prossimamente, alla luce di questo articolo, verrà fatta chiarezza su quali segreti nascondono dietro alle immagini, e su perché, ancora oggi, affascinano così tanto le persone.

Inoltre, c’è da ricordare come la tarologia differisca dalla divinazione, e dove tracciare la linea tra queste due. 

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