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Hello from Pier 17!

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A cura di Mike Flanigan

Hello from Pier 17! L’incontro di oggi nasce dalle considerazioni e dalle emozioni che ho riscontrato seguendo il film ‘Yesterday’ una pellicola del 2019, produzione multinazionale, (UK, USA, Germania ed India) con la  regia di Danny Boyle

D. Boyle è sicuramente un regista in grado di lasciare il segno nel panorama cinematografico, direttore di film di grande risonanza come ‘Trainspotting’ e ’Slumdog Millionaire’ (The Millionaire) con il quale ha vinto 8 premi oscar, tra cui quelli per miglior film e miglior regia, ottenendo successo in tutto il mondo.

‘Yesterday’, un film che mi sento di suggerire e che troverete facilmente su più piattaforme, è abbastanza recentemente stato trasmesso in chiaro.

Il film, interpretato tra gli altri da Himesh Patel, Lily James, Kate Mc Kinnon (ex Saturday Night Live) insieme alla partecipazione straordinaria di Ed Sheeran nel ruolo di sé stesso, è la descrizione (visionaria) di un mondo parallelo dove i Beatles e altri gruppi (come gli Oasis) non sono esistiti, o meglio, non hanno avuto il successo planetario che è stato loro riconosciuto oggi.

Musica e cinema molte volte camminano sulla stessa strada: sono entrambi partecipi di un osmosi artistica reciproca ricca di scambi.

Visto che stiamo scrivendo dei Beatles e questa è una rubrica che parla di musica, un altro film che mi sento di suggerire è il documentario, della durata di quasi 8 ore e diviso in 3 episodi disponibili online, che prende il titolo di “GET BACK”. Il documentario non solo porta il nome di uno dei singoli che hanno avuto più fortuna della band di Liverpool, ma presenta anche un’accurata e fedele ricostruzione di Peter Jackson ( egista Neozelandese – Il Signore degli Anelli) che è riuscito a rielaborare e raccogliere tutto il materiale della fine degli anni ‘60 relativo alla band, seguendola minuziosamente durante la creazione di alcuni dei suoi pezzi più famosi, riproducendo fedelmente gli avvenimenti degli studi di Apple Records di Savile Row in London W1.   

In questo modo l’audience viene messa di fronte a John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, coinvolgendo il pubblico in un modo mai visto prima.

Una full immersion che porta alla ribalta situazioni e fatti per molti versi legati alla leggenda. Dai momenti di estrema creatività, semplici nella loro fattura come per ogni band che prova, suona e crea (ovunque questo capiti), ai bisticci, alle incomprensioni, alle gelosie per la presenza di persone che in parte non erano gradite (la presenza di Yoko Ono) fino alla rottura e alla disgregazione del gruppo.

Nel film, ad esempio, viene raccontata la crisi che ha attraversato la band quando Harrison abbandonò gli Studios costringendo gli altri 3 a cercare un sostituto, mossa che si rivelò superflua solo in seguito con il ritorno di Harrison “last minute”. Ad ogni modo, se Harrison non fosse tornato, a sostituirlo sarebbe stato Eric Clapton.

In un’altra scena compare anche la nuova ragazza che Paul frequentava assiduamente, la statunitense Linda Eastmann, che faceva la fotografa e che poi divenne moglie di Paul e partner musicale dei Wings. Anche lei in quei giorni era molto presente nello studio ed aspettava che Paul terminasse le sue ‘session’ di registrazione.

Potremmo scriverne per pagine e pagine e ogni giorno scoprire aneddoti e storie incredibili relative ai 4 componenti della band che definì il vero punto di svolta di un’epoca. 

Personalmente trovo molto interessante, parlando dei ‘Fab Four’, leggere della loro storia e di come esplosero sul mercato americano.

Su questo aspetto in particolare la rivista ‘Rolling Stone’ scrisse un vero e proprio resoconto nel suo numero di gennaio 2014 intitolato “How the Beatles took America: inside the Biggest Explosion in Rock & Roll History” (Come I Beatles presero l’America: dentro la più grande esplosione nella storia del Rock & Roll).

Come ci sono finiti i Beatles in America?

La storia è singolare e per molti versi quasi incredibile perché sembra che le cose si siano verificate a causa di una serie di eventi fortuiti. 

I dirigenti americani della ‘Capitol’ che avevano i diritti di pubblicazione delle canzoni dei Beatles per gli Usa, non ci credevano proprio, credevano proprio e consideravano i ‘Fab Four’ degli sciocchi, ridicoli e spocchiosi ragazzi viziati Inglesi. Ritenevano loro musica solo un susseguirsi di accordi fasulli e acuti vocali.

Com’era la situazione musicale negli States verso la fine del 1963 e l’inizio del 1964? 

Il rock and roll si era fermato: Elvis faceva il servizio militare, Buddy Holly la leggenda era morto, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis ed altri artisti del rock and roll erano entrati nelle “black list”, diventando proibiti ed evitati per motivi razziali o per buonismo: o erano troppo afro-americani o vivevano in modo dissoluto per la mentalità del tempo, nella quale, ricordiamo, vigevano duri scogli di diseguaglianza.

I 4 di Liverpool che avevano stupito in Inghilterra ed erano esplosi in Europa, in America non riuscivano ad entrare e ad organizzare un tour. Per loro, la porta degli USA restava chiusa

Soffrivano inoltre di un senso di inferiorità nei confronti del retroterra musicale targato ‘Stateside’ che, tra jazz, blues, rock and roll e folk era per loro quasi un limite invalicabile: che ci andiamo a fare noi, si chiedevano a più voci, contro questi mostri sacri?

I media Americani del tempo, guidati da persone di grande lungimiranza, stavano parlando molto male dei Beatles. Il punto più basso lo si toccò in una delle trasmissioni popolari del mattino, quello della CBS, il Morning News, che il  22 novembre del 1963 stava disprezzando i Beatles e tutta la frenesia che dietro a loro si era scatenata in Inghilterra ed in Europa: non fa per noi, dicevano…

Il commento negativo passò subito in fondo all’interesse dell’America, perché proprio quel giorno a Dallas in Texas veniva assassinato JFK e ogni cosa si cristallizzò.

 Il 10 dicembre del 1963, dopo che l’America lentamente ripartiva a seguito della sepoltura di JFK, fu ritrasmessa la replica del servizio che disprezzava i Beatles.

Marsha Albert,una quindicenne di Silver Springs nel Maryland, sobborgo di Washington DC, scrisse ad un stazione radio dicendo che volveva saperne di più della musica dei Beatles.

Questa sua curiosità riuscì a modificare i piani dell’establishment musicale americano del tempo… 

Marsha scrisse ad una radio locale: (la WWDC, una stazione Middle of Road, che non era orientata certamente alla musica dei Beatles ed al Rock in Roll in genere, bensì ad un’audience più generalista.

Un disc jockey della radio, un certo Caroll James, rintracciò un assistente di volo che conosceva e che lavorava per una linea aerea Inglese e si fece portare dall’Inghilterra un 45 giri, l’ultimo pubblicato, dal titolo: ‘I want to hold your hand’. L’assistente di volo in scalo a Washington glielo fece avere.      

Dopo l’arrivo del singolo, il Disc Jockey invitò Marsha Albert in WWDC.

Ad inizio serata la signorina di 15 anni annunciò, ben istruita da Mr. Carroll:

“LADIES AND GENTLEMEN, FOR THE FIRST TIME IN AMERICA HERE ARE THE BEATLES SINGING I WANT TO HOLD YOUR HAND”  (SIGNORI E SIGNORE, PER LA PRIMA VOLTA IN AMERICA ECCO THE BEATLES CHE CANTANO ‘I WANT TO HOLD YOUR HAND’) e passarono il brano per la prima volta.

Il centralino della Radio impazzì, letteralmente. Chi chiamava voleva ascoltare quella canzone ancora ed ancora, sorpreso dalla forza ed originalità di quel sound.

Il brano fu riproposto un‘ora dopo, cosa che generalmente non si faceva mai all’epoca e poi fu riproposto per tutte la altre serate di trasmissione e non solo.

Il singolo esplose negli Stati Uniti, così la Capitol decise di pubblicarlo il 26 dicembre. 

Il fenomeno era di una dimensione tale che le centraliniste della Capitol Records rispondevano al telefono con il motto ‘Capitol Records buon giorno, i Beatles stanno arrivando’. è strano come si cambia presto opinione!

Il primo febbraio il singolo arrivò in testa a tutte le classifiche americane dei 45 giri di Billboard. Era il 1964.

Bob Dylan che li ascoltò per la prima volta in auto dichiarò che: 

cit –  ‘questi stanno facendo cose incredibili, i loro accordi non sono mai stati utilizzati in questo modo, questi non sono un fenomeno per teen-agers, questi dureranno per sempre, hanno puntato nella direzione di dove la musica deve andare’.

Aveva certamente ragione.

Ho pensato a quale vino poter abbinare ad una storia come quella raccontata, perchè ci vuole un vino ‘eterno’ o perlomeno conosciuto e definito. Ho avuto sinceramente timore di non dare la giusta importanza all’abbinamento, ma poi ho deciso.

Il vino adatto da abbinare è il ‘Chateau d’Yquem’ che siede su almeno 4 secoli di storia e per primo, come bianco, è stato definito ‘Premier Crus Superiéur’ nella storica classificazione del 1855 dei vini Francesi.

Che ne pensate? Alla prossima!

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