- Pubblicità -spot_img

La Via della Sete

- Pubblicità -spot_img

Dal diario di bordo dell’Oste

Un percorso narrativo di esperienze: cibo e prodotti, arte e cultura, storie ed incontri… tra ospiti con il bicchiere in mano.

IL PICCOLO CAMERIERE DEL DON GIUSS

Aveva scelto me!

Qualche giorno prima, aveva espresso lo stupore per la cura con cui imbandivo il banco del bar, a quell’ora del pomeriggio, in cui sapevo finiva la riunione con il gruppo dei Memores, radunati nell’albergo dove io lavoravo l’estate di ogni anno. 

Avevo 17 anni, ma con me l’esperienza del figlio che a casa ha cura di allestire, sparecchiare, lavare e riordinare la tavola dei propri cari genitori, come istintivo segno di gratitudine per il loro amore.

E un giorno deve aver detto al direttore dell’albergo che desiderava fossi io a servirlo a tavola durante i pranzi, le cene e che al mattino dovevo essere sempre io ad entrare nella sua camera per portargli la colazione o la camomilla la sera… corretta con il cognac di cui la sua segretaria non doveva sapere.

Così ero diventato il suo Oste e lui il mio Ospite e come tale, mi ha insegnato come ci si fa servire.

Ecco di seguito il galateo dell’Ospite, imparato dal Don Giuss:

-Qualsiasi cosa state facendo o vi impegni nel momento in cui il cameriere con discrezione vi porge il vitto, alzate lo sguardo verso di lui.

-Facilitate, dandogli spazio, il suo servizio.

-Osservate bene le bevande ed il cibo che vi vengono offerti.

-Chiedete cosa sono, come sono fatti e che nome hanno se non lo sapete.

-Assaggiate.

-Rialzate lo sguardo e fissando seriamente e con gratitudine chi vi sta servendo, fate un cenno con occhi e capo, a significare un “Sì”.

Il cenno del Don Giuss era invisibile ma evidente.

E io capivo che quel “Sì” non era per il cibo, ma per Tutto.

Era immobile ma non inespressivo quando entravo nella sua camera: conoscevo la sua tazza preferita, come gli piacevano spalmati miele e marmellata sul pane, la temperatura del latte e la quantità di zucchero gradita e lui sospendeva ciò che lo impegnava e faceva spazio sulla scrivania dove stava leggendo, pregando o scrivendo i suoi appunti e spostava anche il posacenere con il sigaro poggiato sul bordo… che una sera, caduto sulla moquette, mi misi in tasca e finii di fumare dopo il servizio.

Mai però, mi è venuto di sbirciare cosa scrivesse o cosa leggesse e lui apprezzava; ne sono sicuro.

Ma il sangue si, lo guardavo ed ero triste: sul panno predisposto per proteggere il lenzuolo del suo letto da rifare, che  spesso ne era macchiato.

Trascorse tre estati di servizio, fino a che mi disse: “Per il tipo di umanità che hai tu, per te Alberto, è bene se vieni a vivere  con gli amici che ci sono a Milano. Saranno la tua famiglia. Decidi cosa preferisci studiare all’università e vieni”.

Per me, ragazzino di campagna senza mezzi economici, con due cari genitori che faticavano a porgermi il denaro per la merenda della ricreazione a scuola, la prima cosa che mi venne da rispondere fu: “A Milano? E come faccio a vivere a Milano?”

“Non ti preoccupare”, mi rispose quello che ormai era evidente essere mio padre.

Il giorno stesso disse ai “suoi” di predisporre un lavoro per me nella città indicata, mettendomi anche del denaro in mano… “ per iniziare” mi disse…

Ho fatto l’Accademia delle belle arti di Brera e lì è accaduto ciò di cui era certo il Don Giuss.

Ho trovato gli amici che ora sono la mia famiglia.

Alla scuola alberghiera dove poi  ho insegnato, si impara come un cameriere serve,  ma non come l’ospite dovrebbe  farsi servire

Mi sembra lo desideri anche Dio… quel sì del cuore.

Ho continuato a fare l’oste con amore: delle mie tre figlie e di mia moglie, che però un giorno, ha deciso di non dire più di  “Sì”.

Ora vivo solo e sono “L’OSTE SENZA OSTERIA”

CANONE INVERSO

C’era una volta una bambina con i piedi storti dalla nascita.

Nonostante il difetto, camminava benissimo e in quanto a correre non aveva problemi.

A dire il vero durante la corsa, passo dopo passo, prendeva un’andatura particolare, diversa da quella degli altri bambini.

Preso coscienza di questa diversità, crescendo, ne ebbe vergogna e quando si trattava di giocare insieme agli altri, a poco a poco, si astenne dal correre.

L’anomalia fisica, non era così evidente a prima vista, ma soffermando lo sguardo sulla parte inferiore del suo corpo, ci si poteva facilmente accorgere che i suoi piedi erano invertiti: il destro al posto del sinistro e viceversa.

Presto, anche questa evidenza, divenne motivo di disagio nel confronto con gli altri bambini che, d’altro canto, non perdevano occasione di sottolinearlo con lo scherno.

La soluzione dei suoi genitori, che temevano che il dileggio divenisse sempre  più causa di forte frustrazione per la loro figlia, fu quella di suggerirle di indossare le scarpe al contrario.

Per meglio dire, indossarle correttamente e cioè:  la scarpa destra sul piede della  gamba destra e quella sinistra sul piede di quella sinistra. I sui piedini, calzando in tal modo le scarpe, apparivano normali.

Poche ore al giorno, quelle del contatto con le altre persone, al costo di un modesto disagio, quale qualche vescica e un andamento rallentato, finirono per essere la soluzione accettata per eludere il problema e in breve tempo, tutti i suoi compagni, i maestri e le altre persone, dimenticarono la sua particolarità, lasciandola in pace. 

Complici i suoi genitori, la bimba poteva vivere la sua condizione indisturbata, conservandone il segreto.

Ma venne  il giorno in cui si dovette correre.

Una sfida tra  scuole.

Una di quelle competizioni sportive in cui ogni scolaro è chiamato a dare il proprio contributo alla squadra.

Di quei contributi che, per il maledetto principio di eguaglianza e per il quale l’importante non è vincere ma partecipare, vanno dati indiscutibilmente.

Lei, la bambina con i piedi storti, era l’ultima a dover correre, nella staffetta che la sua squadra stava perdendo.

Un recupero impossibile. 

Ma quel giorno la sua scuola vinse.  

Prima di correre, sfilate le scarpe, le  calzò al contrario.

IL PRINCIPE RANOCCHIO 

Una volta accadde, che baciato, un ranocchio, si  trasformò in un principe. Molto spesso accade, che se non abbracciato, un semplice uomo, si trasformi in una bestia.

REGNANTE

Di Tutto quanto ciò che c’è, non possiedo nulla.

Però, appartenendo a Tutto quanto, Tutto è mio.

LA META

Un giorno, un uomo, riuscì a giungere sulla linea dell’orizzonte. Fiero, si girò a valutare la distanza percorsa e constatò sbalordito, che sul punto della partenza ce n’era un’altra.

- Pubblicità -spot_img
- Pubblicità -spot_img
Rilevanti
- Pubblicità -spot_img
Ultime News
- Pubblicità -spot_img