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L’empatia della solitudine: verso la scoperta di sé e degli altri

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A cura di Davide Maria Caregnato

“La solitudine è un luogo di riflessione dove l’anima può cercare la verità” 
(Platone, La repubblica)

Un luogo importante e che non possiamo dimenticare. La solitudine è un sentimento che fa parte di noi e che almeno una volta nella vita abbiamo provato o, addirittura, ne abbiamo sentito il bisogno. Spesso la solitudine viene ricordata come un sentimento negativo, affiancato a sensazioni come la tristezza, la malinconia o il dolore, anche se in realtà essa presenta molte più sfumature di quelle che si è portati a credere. 

Molti pensatori (scrittori, poeti, filosofi) hanno infatti rintracciato nella solitudine un valore immenso, legato alla conoscenza di se stessi e alla contemplazione, indicandola come l’unica via per potersi conoscere affondo.  Questo è particolarmente vero se pensiamo alla società in cui viviamo oggi: siamo sempre di corsa, presi da mille cose diverse da fare e sembra che non ci si possa mai fermare: tutto questo non ci lascia mai il tempo di riflettere per conoscerci meglio. Potremmo dire che il detto “chi si ferma è perduto” non è mai stato più calzante.

Ed è nel trambusto della nostra quotidianità che ogni tanto, senza nemmeno volerlo, ci sentiamo soli. Ciò non significa solamente non avere vicino nessuno perché, se ci pensiamo, capita spesso che anche quando siamo vicini agli altri ci sentiamo “estranei” o “distaccati” e questo può dipendere da molte cose: dalle persone che ci circondano, dal luogo, dalle conversazioni che stiamo intrattenendo etc.

Martin Heidegger, filosofo tedesco del ‘900, considerava la quotidianità come la parte inautentica dell’essere umano perché è il luogo della “chiacchiera”. Quest’ultima è infatti una distrazione che ci porta lontani dal nostro vero io il quale sopraggiunge, invece, attraverso la “chiamata silenziosa” della nostra coscienza, che possiamo sentire solamente nel momento in cui decidiamo di fermarci, allontanandoci dal chiasso e dalla frenesia della vita.

Tuttavia, questa chiamata silenziosa che riporta l’uomo – o, come lo chiama Heidegger, “l’esserci, Dasein in tedesco – alla sua autenticità è tutt’altro che piacevole perché rivela l’angoscia dell’esistenza mostrando la frivolezza dei valori su cui essa poggia: valori sociali, abitudini, mansioni e hobby sono solamente dei costrutti fondati sul nulla e noi, come falene attratte dalla luce, li seguiamo ciecamente per non farci cogliere dall’angoscia che, come un’eco, ci perseguita.

Martin Heidegger e Jean Paul Sartre definivano questa sensazione “solitudine esistenziale”, ovvero, una solitudine che riguarda l’esistenza in sé, nascosta nel profondo dell’animo e che emerge ogni volta che ci fermiamo a riflettere su noi stessi o, semplicemente, “ci stacchiamo” dalla frenesia del mondo. Dopotutto, è solamente quando siamo soli, direbbe Platone, che la nostra anima può “dialogare con se stessa”, scoprendo le sue debolezze e i suoi punti di forza. La solitudine non è quindi solo una sensazione o un sentimento, ma un vero e proprio “modo di essere” che racchiude in sé l’autenticità dell’essere umano.

Tuttavia, la solitudine esistenziale non manca di empatia e non può essere ridotta ad un sentimento negativo che ci fa rendere conto che tutto ciò che ci sta attorno è “vuoto” o privo di “valori”. Secondo Emmanuel Lévinas ad esempio, filosofo francese di origini ebraico-lituane, essa porta con sé una dimensione empatica e di contatto con l’altro, quindi è tutt’altro che un isolamento. 

Emmanuel Levinas parte dal presupposto che gli individui possono scambiarsi qualsiasi cosa tranne che l’esistenza. In altre parole, ognuno di noi può condividere esperienze, sensazioni e sentimenti con le persone a lui vicine ma, ciò che non può fare, è “essere l’altra persona”:  in questo senso siamo sempre soli perché l’altro non potrà mai “essere me” e viceversa. Per quanto due persone possano comprendersi, parlarsi, scambiarsi esperienze e consigli, nessuno dei due potrà mai essere l’altro e, pertanto, non lo potrà mai capire fino in fondo.

Questo lo si vede molto bene quando, parlando con qualcuno, sentiamo che non ci sta capendo: quante volte capita di raccontare un’esperienza, anche importante a livello emotivo, e sentire che le persone a cui ci stiamo rivolgendo non “afferrano” quello che veramente stiamo sentendo o vogliamo spiegare ma, piuttosto, sentiamo come se ne avessero carpita solo una parte? La stessa cosa avviene anche al contrario, ovviamente, quando qualcuno ci sta raccontando del suo “essere”, della sua vita.

In altri termini, Levinas ci direbbe che è impossibile “mettersi nei panni dell’altro”, o meglio, è impossibile farlo al cento per cento perché, nonostante tutti gli sforzi che si possono fare, “io” rimarrò sempre “io” e non potrò mai diventare “te”: c’è una barriera creata dal fatto che siamo esistenze diverse, separate, senza possibilità di scambio.

Però, da qui la bellezza del pensiero Levinassiano, questa separazione delle esistenze genera, quando si rapportano, una dimensione empatica. É incontrando l’altro che riconosco me stesso come separato, come un’esistenza a sé e, quindi, è proprio grazie all’altro che riscopro me stesso come solo. Ciò succede, dice Levinas, quando incontriamo il volto dell’altro che funge da “specchio” per il nostro io: così diverso da noi eppure così simile. 

“Nel semplice incontro di un uomo con l’Altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, “nell’epifania” del volto dell’Altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’Altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto”.
(Emmanuel Levinas, Totalità e infinito)

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